Quando scrivi, cosa scrivi davvero? Puoi davvero dire che ci hai messo l’anima? In queste settimane sto pensando a cosa vuol dire la scrittura per me e a cosa voglio portare nel mio libro.
Cosa vuol dire metterci l’anima?
È stata una delle lezioni che più ho odiato quando anni fa ho (finalmente) ammesso di avere bisogno di aiuto e ho iniziato a prendere lezioni di scrittura da qualcuno che ne sapeva più di me. Orgogliosa come sono, non è stato per niente facile accettare l’idea. E le lezioni, per quanto utili, prendevano presto pieghe non esattamente gradevoli, tra sottintesi che non ero all’altezza mentre lei, la mia insegnante, sembrava aver capito tutto dalla vita.
In particolare, la mia insegnante parlava spesso di mettere l’anima in quello che scrivevo, cosa che mi mandava ai matti. La sua tendenza a dirmi di “metterci l’anima” sembrava più che altro fuffa new age un tanto al chilo, da come parlava. Per me mettere l’anima era normale, non potevo prescindere dal farlo. Mi ci sono voluti anni e la scoperta che alcune persone usano davvero l’IA per scrivere romanzi interi per capire cosa intendeva davvero la mia insegnante.
Scrivere un romanzo con l’IA

Ovviamente non sono nata ieri, so bene che molte persone mettono i prompt in Chat GPT o in Claude (a naso credo che sia più Chat GPT a prestarsi a questo gioco perverso) e voilà, ecco un romanzo scritto con l’IA. Addirittura, su Instagram avevo trovato un sedicente autore che si vantava di avere scritto 200 libri in pochissimi mesi con Chat GPT. Non so se stesse trollando tutti o se l’aveva fatto e davvero pensava di avere scritto qualcosa di valido. Fatto sta che, quando ho risposto che allora non poteva dire di averli scritti lui e che comunque la qualità avrebbe lasciato a desiderare per forza di cose, mi sono beccata una dose di insulti come non ne ricevevo da anni. Un classico da social. Da lì mi sono convinta che probabilmente gli autori che scrivono con Chat GPT sono più che altro mosche bianche. Forse non volevo vedere la stessa realtà che anni fa mi ha fatto perdere tutte le mie collaborazioni.
Quindi sì, sapevo della loro esistenza, ma c’è una strana disconnessione tra saperlo e vederlo con i propri occhi. Perché di recente ho proprio visto un romanzo scritto con l’intelligenza artificiale. Ho letto due righe, perché non avevo molte possibilità di andare avanti con la lettura. Poco male, visto che in ogni caso ho proprio perso la voglia di farlo e già solo leggendo quelle frasi palesemente partorite da Chat GPT ho rischiato una gastrite epocale.
Insomma, come si può inserire qualche prompt in un software e pensare così di essere degli scrittori? Non condanno del tutto l’uso dell’IA, anzi, sono convinta che sia uno strumento validissimo. Quello che contesto è l’uso che ne fa l’essere umano. Per me non c’è niente di più bello del far andare le dita sulla tastiera di un pc. Se mi concedete una nota in francese aulico che cita parzialmente Stephen King, uno scrittore che usa l’IA per scrivere si sputtana da solo.
Però, ecco, al tempo stesso ringrazio la persona che ha scritto quel romanzo, perché ho capito in pieno cosa vuol dire mettere davvero l’anima nella scrittura. Ho capito il genere di scrittrice che voglio essere.
Questione di vibrazione
È stato grazie all’IA che ho capito che c’è differenza tra il metterci l’anima, cioè l’impegno, cosa che non mi mancava, e metterci l’anima, cioè far capire davvero le emozioni che stanno dietro a determinate scene. Le parole sono le stesse, ma il concetto che passa è completamente differente.
Perché mi ci è voluta l’IA per capirlo? Perché l’IA un’anima non ce l’ha, mentre l’essere umano sì. Di conseguenza, purtroppo o per fortuna, il concetto di metterci l’anima non è così lineare. Nonostante tutto, ognuno ha il suo metodo per farlo e non tutti vedono quello che sei attraverso quello che scrivi. Questo non rappresenta per forza un fallimento dello scrittore o della scrittrice, è solo che le sensibilità sono diverse. Per esempio, a me Il Piccolo Principe non ha mai detto granché, mentre per altri è il libro della vita. Non è solo questione di gusti, è proprio una risonanza, come se fossimo dei diapason o delle gocce d’acqua che fanno partire delle onde. Questa risonanza non è sentita da tutti e va benissimo così, è giusto che sia così. Anzi, è proprio fisiologico, non possiamo essere in sintonia con tutti, è fisicamente impossibile. A questo punto, l’unica cosa che può fare l’autore o l’autrice è far partire la vibrazione. Qualcuno prima o poi la sentirà.

E come si può fare?
Quando ho scritto Davvero fortunata ho iniziato ad applicare questo concetto con un po’ più di coscienza delle mie azioni. Il racconto parla di una ragazza che si ritrova coinvolta in un rito oscuro dove a farne le spese sono anche dei poveri animali di passaggio. Mentre lo scrivevo, continuavano ad alternarsi nella mia testa la scena terribile di uno qualsiasi dei miei gatti maltrattato, anzi, accoltellato da me, e quella, ancora più terribile, di una mamma che picchia suo figlio neonato, che ho letto in Le notti di Salem, di Stephen King.
Voglio precisare una cosa: non ho mai accoltellato nessuno dei miei gatti e mai mi verrebbe in mente di farlo. Sono dei piccoli rompiballe pelosi, ma sono i miei piccoli rompiballe pelosi (e di mio marito, va beh). Ho solo un piccolo problema di pensieri intrusivi e incubi da che ne ho memoria. A un certo punto il mio cervello va in stress e, che io sia sveglia o stia dormendo non importa, produce queste immagini. Ma è proprio qui, il punto. Cosa mi ha spinto a scrivere un racconto tanto crudele? Cosa ha spinto Stephen King a parlare di una madre giovanissima che, non sopportando più gli strilli del suo bambino di pochi mesi, arriva a prenderlo regolarmente a pugni? Cos’ha spinto Angela Marsons a scrivere di un uomo che uccide un gattino di fronte a dei bambini piccoli rapiti, per il puro gusto di farlo?
Non so se Stephen King la pensi come me, devo ancora finire di leggere On writing – Autobiografia di un mestiere, ma io credo che, alla fine, quello che porta a scrivere racconti e romanzi davvero validi è il coraggio di indagare certe emozioni e certe immagini, anche quelle più scomode. Ho fatto così per scrivere quel racconto.
Guarda caso, poi, dopo che l’ho scritto, quell’immagine terribile non l’ho più vista.
